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giovedì, 25 giugno 2009
 

Come (non) parlare dei libri che (forse) si sono letti

sonata a kreutzerSe, come sostiene Pierre Bayard, è possibile con alcuni accorgimenti parlare in maniera convincente di un libro che non si è letto, capita al contrario di scoprire che un testo che dovrebbe appartenere al bagaglio di molti - per lo meno tra coloro che fanno della scrittura un mestiere - risulti invece sconosciuto ai più.
A questi e ad altri meno futili pensieri mi è successo di pensare leggendo La sonata a Kreutzer di Tolstoj, e notando la sospetta somiglianza che la vicenda narrata nel libro (l'infelice rapporto tra due coniugi) intrattiene con un film uscito in tempi relativamente recenti nelle sale, Revolutionary Road di Sam Mendes. Il quale film è tratto dall'omonimo romanzo di Richard Yates, ma è indubbio che l'opera tolstojana sia stata tutt'altro che un riferimento casuale. Ciò detto, e tornando alla ragione che ha stimolato la mia riflessione, facendo una breve ricerca ho appurato che a nessuno, nel recensire il film, è venuto in mente il suddetto romanzo.
Potenza dell'intertestaulità, direbbero i semiologi. E della verità, aggiungo io, che tutti i nodi prima o poi fa venire al pettine.

P.S.: Ah, se volete dargli un'occhiata, purtroppo il libro di Bayard attualmente non è disponibile in Google Books. Mi sa che se siete interessati questo vi tocca leggerlo davvero. Come ho fatto io, forse.


venerdì, 24 aprile 2009
 

(D)emorrazia

Le gaffe del nostro premier ormai non si contano più. Ogni giorno ce n’è una nuova: prima prende del coglione dalla regina Elisabetta mentre richiama l’attenzione del presidente staunitense (che peraltro aveva già precedentemente definito <<giovane e abbronzato>>); il giorno seguente in conferenza stampa si schernisce per una battuta di Tremonti e minaccia una giornalista di farla licenziare. Senza dimenticare le grandi perle del passato, come ad esempio quando diede del nazista a un europarlamentare tedesco.

Potenza della rete, che ci consente di conoscere fatti e situazioni che i media ufficiali tralasciano di mostrare. Ma dovremmo davvero rallegrarci di questa presunta libertà? Da un lato coloro che hanno la possibilità (economica, sociale, culturale) di accedere al web sono ancora un numero nettamente inferiore rispetto a quelli che possiedono (solo) un televisore, dall’altro i contenuti che ricevono vasta visibilità – come quelli sopra citati – non hanno davvero quella rilevanza che potremmo sperare.

Nel caso specifico del nostro paese, c’è un aspetto in più da valutare, che rende la situazione più preoccupante. Berlusconi ha raggiunto un tale consenso che si può permettere di tenere qualunque comportamento senza preoccuparsi delle conseguenze. Certo ciò non sarebbe possibile se la coscienza civile  - e quindi la capacità di fare opposizione – degli italiani si attestasse su un livello di minima sufficienza.

Il mondo dell’informazione sta cambiando vertiginosamente e così la consapevolezza di quelli che hanno accesso alle fonti meno istituzionali. Ma l’utopia della rivoluzione digitale che in molti vedono profilarsi non sarà forse solo una vittoria di Pirro per placare gli animi (di questa minoranza) di noi poveri ingenui?  



martedì, 22 luglio 2008
 

Funny Games reloaded

funnygamesSulla recente versione di Funny Games curata da Michael Haneke, responsabile anche dell’originale austriaco di dieci anni fa, quoto in toto quanto detto da lui. Il remake americano, quasi totalmente fedele all’originale, trova probabilmente la sua unica ragione d’essere nella volontà di proporre lo stesso contenuto ad un pubblico più ampio. Al contempo, pur volendo prendere per buona questa motivazione “commerciale”, Funny Games pone delle questioni non facilmente trascurabili sulla rappresentazione della violenza, in particolare in merito alla relazione tra il film e il suo spettatore.
I lunghi piani sequenza che mostrano le conseguenze degli atti perpetrati dai due giovani intrusi nella villetta di campagna ci costringono a guardare un tipo di violenza che oggi al cinema è raro vedere. Allo stesso tempo la violenza di Funny Games è invece dura e penetrante - al punto da risultare quasi insopportabile - proprio per il fatto che non ci vengono mostrate le sue conseguenze: non assistiamo all’uccisione del bambino né del marito, così come ci viene negata la visione del corpo nudo della moglie. In questo modo Haneke ci nega il piacere voyeuristico abitualmente associato alla morte e al sesso e la violenza ritratta non raggiunge così nessuna sublimazione, nessuno sfogo.
Una violenza che è dunque distante anni luce sia dalle efferatezze splatter del (nuovo) cinema horror, sia dalle ludiche nefandezze della factory Rodriguez-Tarantino e dei loro epigoni, sia infine dalle crudezze di cui si nutre certo cinema orientale (soprattutto coreano) che presentano una dimensione rituale che in un certo senso le nobilita.



martedì, 15 luglio 2008
 

La conquista dell'inutile

fitzcarraldoLa conquista dell’inutile raccoglie il diario tenuto dal regista tedesco Werner Herzog durante la lunga lavorazione (circa due anni e mezzo) di Fitzcarraldo, uno dei suoi film più famosi.
Un periodo trascorso in gran parte nella foresta peruviana, in un ambiente ostile e ai limiti della sopravvivenza, tra le tribù degli indios, dormendo su una palafitta o dentro una capanna. Per questo motivo La conquista dell’inutile è un oggetto strano, ma proprio per questo straordinario; una via di mezzo tra un saggio di cinema, un reportage di viaggio e un trattato di antropologia.
Un libro davvero indefinibile ma affascinante in cui - attraverso il racconto di quei lunghi mesi falcidiati da difficoltà produttive, tempeste, allagamenti, incidenti, malattie, morti – Herzog riesce a far trasparire la sua idea di cinema e al contempo la sua etica personale, attraverso un percorso che appare in certi casi una vera e propria seduta psicanalitica.

Sopra ogni situazione aleggia poi l’impresa che rappresenta la metafora più evidente della lavorazione dell’intero film (e probabilmente di tutto il cinema di Herzog): il tentativo di trasportare una nave sopra una collina con la sola forza degli uomini e del loro ingegno.



lunedì, 23 giugno 2008
 

Casillas -De RossiFacile parlare col senno di poi, ma analizzata a freddo la disfatta italiana agli Europei di calcio ha qualcosa di simbolico, addirittura di metaforico. In una competizione che ha visto accedere alle semifinali le quattro squadre con la rosa più giovane (fatta eccezione per la Svizzera), l’Italia avrebbe rappresentato un’eccezione, con la sua rosa che – insieme a quella della Svezia, eliminata al primo turno – era la più vecchia del torneo.
Così non è stato, e sebbene ancora una volta siano stati i calci di rigore a condannarci, sarebbe davvero disonesto giustificare la sconfitta interpellando la mala sorte. Dovremmo aver ormai capito che i tiri dal dischetto sono tutto fuorchè una lotteria, piuttosto una prova feroce in cui a contare è un misto di tecnica, lucidità e freddezza; tutte componenti in cui ieri sera gli spagnoli ci erano superiori, nonostante appunto la loro più giovane età.
Degli undici azzurri titolari sette hanno più di 30 anni. In un calcio fisico e dinamico cme quello attuale sono cose che si pagano. L’Italia ha avuto il grande merito di protrarre questo destino segnato fino ai calci di rigore; sarebbe stata ingiusta una soluzione diversa.

Eppure, proprio per le ragioni fin qui enunciate, questo era un esito prevedibile. Lo si sarebbe potuto evitare con scelte differenti, a partire dalle convocazioni. Da questo punto di vista la vittoria dei Mondiali ha paradossalmente rappresentato il primo passo verso l’odierna débacle, per come ci ha portato a sopravvalutare certi giocatori che si sono presentati a questi Europei in condizioni impresentabili. Certo di questo Donadoni è l’unico responsabile, ma d’altra parte egli non ha fatto altro che adeguarsi all’immobilismo e alla gerontocrazia che governa tutti gli ambiti del paese; se i nostri giocatori erano i più vecchi, allo stesso tempo essi non erano altro che lo specchio dei nostri vecchi politici e dirigenti.